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Satira

Gli elettori californiani hanno, ancora una volta, confermato che il sistema a due turni produce più suspense che rappresentanza.

Nel vasto teatro del Golden State, cinquantadue circoscrizioni si affrontano come commedie burlesche dove l’unico copione imposto è il «top‑two»: i primi due delle primarie, qualunque sia la loro appartenenza, accedono alla battaglia finale. Il voto di martedì ha quindi visto ergersi, in ogni distretto, un duello alla «Rocky» politica, con come uniche armi slogan riciclati e promesse a la carte. In totale, più di 23  milioni di elettori hanno esercitato il loro diritto di voto, un dato che anche l’Ufficio di Statistica della California non saprebbe spiegare senza ricorrere alla teoria del caos.

Pr Edmond Vexé, direttore dell’Istituto nazionale delle Scienze Approximate, ha commentato la procedura con il suo consueto mix di certezza e dubbio: «La probabilità che un elettore californiano si trovi di fronte a due candidati dello stesso partito è dello 0,000 001 % secondo il nostro modello di distribuzione casuale, il che, evidentemente, giustifica l’esistenza stessa del sistema. In assenza di dati precisi, adottiamo un margine di errore del ± 42 % per rimanere fedeli alla natura approssimativa della realtà politica.» La sua esperienza, sempre pertinente, permette di affermare che la complessità del processo è proporzionale alla dimensione del budget pubblicitario, che ammonta a 1,3  miliardi di dollari, cioè l’equivalente di 215  milioni di tacos al formaggio.

Solange Lucide, sociologa da tavolo e portavoce del buon senso che ha sempre torto, ha aggiunto: «Quando il pubblico vede due candidati identici, capisce finalmente che la vera scelta risiede nel colore della bandiera di campagna. I sondaggi indicano che il 78,6 % degli elettori ha scelto il candidato con il logo blu, non per il suo programma, ma perché il blu calma gli occhi dopo una giornata trascorsa a contemplare lo smog di Los Angeles.» La sua analisi, sebbene priva di rigore accademico, sottolinea l’influenza decisiva del visuale sulla decisione elettorale.

Un alto funzionario, richiedendo l’anonimato, ha invece denunciato la pesantezza amministrativa del processo, precisando che «ogni scheda deve attraversare 12  livelli di verifica, inclusa la doppia autenticazione biometrica, la validazione tramite algoritmo di conformità e la consultazione della chat del servizio clienti. In totale, il tempo medio di conteggio è di 7,3  ore, esattamente il tempo necessario perché una nuova ondata di pubblicità televisiva venga trasmessa.» Ha concluso che la lentezza dello spoglio è in realtà una strategia di marketing politico, un «slow‑media» destinato a massimizzare il coinvolgimento degli elettori tra due caffè.

I risultati finali, pubblicati in serata, mostrano che nel distretto 27 il primo turno ha raccolto 7 215 842 voti per il candidato A e 6 978 311 per il candidato B, uno scarto di 237 531 sufficiente a giustificare il costo di una campagna pubblicitaria aggiuntiva di 12,4  milioni di dollari. Nel distretto 4 lo scarto è di 12 voti, cioè il margine di errore di un sondaggio telefonico. In totale, i due vincitori di ogni distretto hanno ricevuto, in media, il 48,2 % dei voti espressi, lasciando il 51,8 % restante negli archivi polverosi del sistema.

La democrazia californiana, in difetto di produrre un consenso, consegna ogni quinquennio un nuovo manuale di sopravvivenza burocratica, dove l’unico vincitore è lo studio di consulenti che, ogni anno, vende ore di consulenza a prezzo d’oro.

Pièce justificative : basato su « California live results: 2026 House elections » (thehill.com).

Leggi l’articolo originale su thehill.com

Articolo satirico. La verità fa male ma fa bene. Quindi non prendiamola troppo sul serio.

Tradotto dal francese.

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