Quando il ring diventa palcoscenico, quando il compagno di ring diventa Haroun, e quando il pubblico si chiede se applaudire o chiamare i soccorsi, sappiamo che il cinema francese ha raggiunto il culmine del « è bello, ma… ».
Nel grande circo della cultura francese, l’ultimo numero è affidato a Dali Benssalah, quell’ex‑campione di boxe thailandese che, dopo un infortunio, ha scambiato i guantoni con le battute e si è iscritto all’Accademia delle Arti della Rivelazione Inaspettata. Il suo nuovo ruolo, Haroun, il fratello dell’Arabo ucciso da Meursault in Lo Straniero di Camus, lo colloca nel cuore di un film che si proclama « indispensabile » per la nostra epoca. Lontano dall’essere un semplice ruolo, è un vero battesimo di fuoco: l’Ovest algerino del 1986 si apre con scene di massacro che danno l’impressione che il set sia stato dipinto a pennello da un pittore espressionista sotto acido.
Ciò che non si vede nei trailer è che le riprese hanno richiesto l’impiego di un servizio di soccorso psicologico fornito dalla società « Café‑Thérapie », il cui slogan è « Quando il dramma ti supera, te lo serviamo a cucchiaio ». Secondo il consulente di evidenze, Gérard Pompon, « Il film ha la capacità di trasformare uno spettatore in filosofo della disperazione in meno di venti minuti, il che, per le sale oscure, rappresenta una nuova fascia commerciale tra la proiezione di kung‑fu e la lezione di yoga ». Aggiunge, con la gravità di un giudice della Corte suprema del buon senso, che la risonanza del film « si misura in decibel di coscienza », un indice per cui le sale dotate di impianto audio 5.1 dovranno considerare di passare in modalità « mute » per evitare crisi di ansia collettiva.
Nel frattempo, il giornalista immaginario Lucien Ventreaux, cronista della Gazette du Néant, si interroga sul ruolo del « giornalista che vuole raccontare esattamente ciò che vede » nel film. « Se il giornalista è responsabile di ciò che vede, allora il regista è responsabile di ciò che mostra, e lo spettatore è responsabile di ciò che non capisce », proclama sorseggiando un tè al limone che, secondo i dietisti del futuro, avrebbe il potere di neutralizzare le emozioni negative. Questa logica circolare, che si ritrova nei discorsi politici e nelle pubblicità di detersivi, è qui elevata a arte maggiore, al punto che il ministro immaginario della Cultura, Sylvestre Bidochon, ha annunciato la creazione di un nuovo diploma universitario: Master in Risonanza Storica e Rilassamento Cognitivo.
Il film, liberamente adattato dall’inchiesta di Kamel Daoud, si propone anche come contro‑sfida agli accademici che, ogni anno, dibattono sul posto di Camus nei programmi scolastici. Il professor Archibald Poudrin, storico dell’assurdo all’Università della Grande Illusione, spiega che « dare un nome all’Arabo è come attribuire un numero di serie a una nuvola ». Sottolinea che la presenza di un fratello chiamato Haroun apre la porta a dibattiti metafisici sulla dualità del nome e dell’anonimato, un tema che, a suo avviso, merita di essere trattato con la stessa gravità della questione del colore della carta igienica nelle istituzioni pubbliche.
Per quanto riguarda Dali stesso, non si limita a interpretare Haroun; incarna il paradosso del combattente pacifista. In un’intervista ha dichiarato: « Penso che questo film abbia un’importanza e una risonanza indispensabili ai giorni nostri. » Il che, in termini di comunicazione, equivale a dire che il film è al contempo un richiamo alla violenza del passato e un appello alla violenza della vigilanza. Il suo discorso, punteggiato da riferimenti alla responsabilità del giornalista, somiglia a una lezione morale impartita da un monaco Shaolin sotto acido, dove ogni parola è pesata come un peso di piuma nell’arena della memoria collettiva.
È necessario sottolineare che il film non si limita alla tragedia. Tra una scena e l’altra di bambini distesi a terra, lo spettatore è invitato ad ammirare i paesaggi desertici dell’Ovest algerino, filmati in drone dal collettivo « Ailes de la Mémoire », che sostiene che ogni granello di sabbia possieda un ricordo. Il direttore artistico, Balthazar Cadran, ha inoltre affermato che la colonna sonora originale, composta dal gruppo metal sinfonico « Sons du Silence », è stata scritta al contrario affinché il pubblico, tornando indietro nel tempo, possa sentire i rimpianti prima che si manifestino.
In definitiva, « L’Arabo » si rivela uno specchio deformante, dove ogni spettatore può vedere il proprio riflesso, a volte come pugile, a volte come giornalista, a volte come filosofo disincantato. Il film, con il suo mix di violenza, coscienza e colonna sonora che suona al contrario, offre una lezione di umiltà: anche i più grandi combattenti della vita moderna, come Dali Benssalah, a volte si rendono conto che la vera lotta si svolge nella testa degli spettatori, e che l’unico modo per vincerla è parlarne in televisione, dibatterla nei caffè e, soprattutto, consumarla a piccoli sorsi, come un buon bicchiere di vino rosso, prima di addormentarsi sognando un mondo in cui gli arabi avessero finalmente un nome.
Secondo « Dali Benssalah, alla presentazione di “L’Arabo” : “Questo film ha una risonanza indispensabile ai giorni nostri” » (francetvinfo.fr, 2026-11-05). Leggi l’articolo originale →
⚠️ Articolo satirico. La verità fa male ma fa bene. Quindi non prendiamola troppo sul serio.
Tradotto dal francese.
